Variazioni faunistiche in atto nel Mediterraneo

Dott. Marco Dappiano,
PhD Research Student Università “Federico II” di Napoli

In generale quando pensiamo ad un ecosistema, non dobbiamo pensare a qualcosa di statico e immutabile ma dobbiamo tenere ben presente il fatto che aspetti fondamentali che contribuiscono in modo significativo a regolare l’ambiente che ci circonda sono la successione ed il cambiamento.

In natura esiste un dinamismo e sotto la spinta dei molteplici fattori ecologici che influiscono su un dato ecosistema, le faune e le flore variano e si succedono ed infine evolvono. Questo vale per tutti gli ambienti, anche quelli che ad una prima impressione ci sembrano più statici. A questo proposito fu elaborato il concetto di climax cioè uno stato finale di equilibrio al quale una comunità in un determinato sito dovrebbe tendere attraverso una serie di fasi successive. Oggi questa teoria è piuttosto criticata e si preferisce parlare di multiple stable points cioè si crede che come fase terminale della maturazione di un ecosistema, possano esistere numerosi stati egualmente stabili dipendenti dalle fasi di colonizzazione e di sviluppo delle comunità o dall’affermazione di nuove specie, come vedremo in seguito.

Sicuramente non sono fenomeni semplici da studiare ma anche solo la loro osservazione può comportare problemi; essenzialmente è una questione di tempo, e la durata della vita umana non sempre ci permette di apprezzare questi aspetti del mondo che ci circonda.

La paleontologia ci insegna però che nel tempo si sono succedute migliaia di forme animali ed espansioni e contrazioni di specie o addirittura di gruppi animali sono state molto comuni in passato e sono anche oggi in atto (attualismo). Senza andare molto indietro nel tempo ma cercando esempi dei giorni nostri ci sono casi in cui questi cambiamenti possono essere osservati ed interpretati come adattamenti a repentine (per la scala temporale naturale) variazioni di condizioni che determinano risposte che implicano variazioni nel mondo vivente che ci circonda. Queste non ci permetteranno di osservare direttamente il fenomeno della speciazione che richiede tempi piuttosto lunghi, ma senz’altro possono osservarsi scomparse di specie (purtroppo!) o più facilmente introduzioni di nuove specie e variazioni dell’area di distribuzione di altre con relative conseguenze sulle comunità locali originarie e sui loro equilibri.

Volendo fare alcuni esempi legati a quanto sta accadendo nell’ambiente marino mediterrraneo questi ultimi due aspetti sono infatti quelli che in questo momento hanno una dinamica più accentuata essenzialmente a causa dell’intervento antropico diretto (es. trasporto accidentale o volontario di specie in luoghi diversi da quelli di origine ed inquinamenti vari) o indiretto (variazioni climatiche globali?).

L’introduzione accidentale o meno di nuove specie nel “mare nostrum” da parte dell’uomo è un aspetto che sussiste da quando l’uomo ha iniziato a viaggiare e se vogliamo fare un esempio eclatante basta ricordare la cozza più correttamente il Mytilus galloprovincialis, galloprovincialis mica per nulla, ma perchè introdotta dai Romani che la prelevarono dalle coste della Gallia e la “coltivarono” per primi in Mediterraneo per rifornire le mense della Roma imperiale.

Il fenomeno ai giorni nostri è amplificato dai grandi traffici navali e dall’uso di natanti che utilizzano le acque di zavorra che naturalmente trasportano con sé anche tutto il loro carico vitale di organismi animali o vegetali in forma adulta o larvale o come cisti o spore.

L’aspetto che però intendo analizzare in modo un poco più approfondito è quello riguardante le variazioni naturali che si stanno osservando in questi ultimi anni come risposta al riscaldamento progressivo delle acque del Mediterraneo.

Senza voler disquisire sulle cause del fenomeno (antropiche, naturali o più probabilmente strettamente correlate) è innegabile che sia in atto un riscaldamento delle acque del Mediterraneo che, essendo un mare chiuso ed in generale poco profondo, risponde in modo più rapido ai fenomeni atmosferici. In meno di due decenni il riscaldamento medio delle acque superficiali del Mediterraneo è stato di oltre un grado e mezzo con significativi picchi massimi in estate (nel 2003 in alcune località si sono sfiorati i 30 °C) ma soprattutto con un innalzamento delle temperature medie invernali che oggi per ampie parti del nostro bacino non vanno al di sotto dei 14 °C.

Questo ultimo aspetto ha permesso che alcune specie non tipicamente mediterranee riescano a svernare più facilmente e soprattutto che le loro forme giovanili, riprodottesi nella buona stagione, riescano a superare il periodo per loro più critico incrementando le popolazioni.

Questo fenomeno di riscaldamento influenza la composizione della fauna e della flora attraverso variazioni dell’adattamento e dei tassi di riproduzione e reclutamento delle specie.

A proposito di questo fenomeno si parla di tropicalizzazione o più correttamente di meridionalizzazione del bacino. Accanto a numerose specie termofile (specie che vivono in condizioni di temperature mediamente elevate) “nostrane” (autoctone) che stanno rispondendo positivamente a questi nuovi stimoli ambientali, la presenza di animali ed alghe alloctoni cioè non originari di una data area geografica, in questo caso del Mediterraneo, è diventata piuttosto abbondante sui nostri fondali. Mentre specie già tipiche del Mediterraneo ma con areale ristretto alle zone meridionali si ritrovano ora sempre più in zone settentrionali, da diverso tempo è stata osservata la presenza di specie provenienti dall’area subtropicale atlantica o dal Mar Rosso giunte attraverso lo stretto di Gibilterra o il Canale di Suez con presenze che da sporadiche sono diventate abbastanza frequenti e con specie che sono ormai considerate stabilmente insediate nel nostro mare.

Volendo fare qualche esempio pratico, tra gli animali che più velocemente hanno approfittato di questa nuova situazione ci sono senz’altro i pesci che essendo dotati di movimento attivo rispetto agli invertebrati, hanno più facilità negli spostamenti e rappresentano il caso più eclatante.

Sparisoma cretense

Sphaeroides pachygaster

 

 

Sparisoma (Euscarus) cretense, è un pesce pappagallo, subtropicale di origine est-atlantica che fino a qualche anno fa non si incontrava più a nord della Sicilia; oggi lo si può osservare, anche se non molto frequentemente, sino all’Arcipelago Toscano. Stesso discorso può valere per Sphaeroides pachygaster un pesce palla Atlantico subtropicale segnalato in Mediterraneo per la prima volta a metà degli anni ‘80 ed oggi sempre più frequentemente catturato dalle reti dei pescatori e per alcune specie di ricciole (Seriola spp.) spesso provenienti anche da Suez ed apprezzate anche sulle mense!

Seriola spp.

Thalassoma pavo

 

Thalassoma pavo, la donzella pavonina, specie presente nelle zone meridionali ma piuttosto rara fino alla metà degli anni ‘80 nel bacino ligure è oggi piuttosto comune in tutto il Mediterraneo e si può facilmente incontrare sui fondali rocciosi a pochi metri di profondità.

Tra gli invertebrati vale la pena citare soprattutto quelli biocostruttori con scheletro calcareo ed in particolare i madreporari. Le alte temperature infatti favoriscono le deposizioni dei carbonati e studi di medio periodo svolti su Cladocora caespitosa i cui risultati sono probabilmente estendibili a tutti i madreporari nostrani hanno dimostrato un aumento di produttività per questo tipo di invertebrati durante gli anni più caldi. In Mediterraneo sono presenti diverse specie di madreporari ad affinità termofila la cui distribuzione è influenzata dai valori della temperatura e dal loro andamento annuale. Tra queste specie vale la pena segnalare Madracis pharensis, Phyllangia mouchezii, Astroides calycularis. Le osservazioni su quest’ultima specie, possono essere riportate come caso di studio.

Madracis pharensis

Phyllangia mouchezii

Astroides calycularis segnalato esclusivamente nelle aree meridionali del Mediterraneo con limite Nord di distribuzione fissato fino agli anni ’80 nelle isole Pontine dove erano state osservate poche colonie è oggi piuttosto abbondante sia nelle isole Pontine che nelle isole Flegree e dovrebbe essere presente anche più a nord (Sardegna) mentre in Adriatico è segnalato fino sulla costa croata.

Astroides calycularis

Cladocora caespitosa

In conclusione quello che succederà in futuro a proposito degli equilibri florofaunistici mediterranei non è certo, ma l’attenzione del mondo della ricerca nel campo della biologia marina è incentrata sul monitoraggio dell’evolversi della situazione sia dal punto di vista dei parametri climatologici e fisico-chimici che da quello dei parametri biologici. Un particolare sforzo è però applicato proprio nello studio della biologia e della dinamica di popolazione di quegli organismi particolarmente sensibili a variazioni positive della temperatura come quelli precedentemente citati. Questa particolarità rende infatti possibile il loro utilizzo come bioindicatori poiché mediante reazioni alle variazioni ambientali (aumenti di numero di individui, di biomassa, reazioni fisiologiche o morfologiche) da noi identificabili possono fornirci indicazioni sulla qualità di un ambiente e sulla dinamica dei cambiamenti in atto.

foto di Archivio SZN – Laboratorio di Ecologia del Benthos – si ringrazia per la gentile concessione.

Nota di Luca Tiberti:

Percnon gibbesi

a questo articolo mi sento di poter aggiungere senza alterare il significato dello scritto ma anzi a ribadirne ulteriormente le osservazioni, che i nostri mari sono stati interessati molto recentemente dalla comparsa di un’altra specie di invertebrato, che prima era del tutto sconosciuto dalle nostre parti.

Infatti nel 1999 fu segnalato a Linosa il primo esemplare in Italia del granchio di origine atlantica Percnon gibbesi; l’anno successivo questo animale fu avvistato nelle isole Baleari, a Pantelleria e lungo le coste siciliane; nel 2002 a Malta e in Sardegna meridionale; nel 2004 è stata registrata la presenza del granchio anche nelle isole di Ischia e Ponza, e ad oggi, 2010, questa specie è diffusissima intorno a tali isole, pur non rappresentando, apparentemente, una diretta minaccia per gli altri granchi, vista la mancanza di competizione per le fonti di alimentazione.

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